martedì 15 novembre 2016

UN UOMO SOLO AL COMANDO

Col passare degli anni l'uomo sta cambiando radicalmente il modo di vivere: la voglia di primeggiare a ogni costo e la frustrazione che ne deriva se certe ambizioni vengono disilluse provocano danni esistenziali non indifferenti.
L'essere umano ha raggiunto livelli straordinari in tanti campi: medicina, scienza, tecnologia, ma ho la sensazione che questo stato di benessere si scontri con le nuove generazioni. Quest'ultime vivono una situazione paradossale che si è creata automaticamente.
Ma è davvero possibile che il benessere generi sentimenti come superbia, ipocrisia, pregiudizio, fragilità interiore, depressioni, avarizia, egoismo, invidia, distacco, indifferenza, solitudine? Evidentemente si. La vita è come una coperta, se la tiri verso l'alto lasci scoperti i piedi, se la tiri verso il basso lasci scoperta la testa.
Oggi come oggi, un bambino cresce con l'idea che tutto è dovuto, e come la vita presenta i primi ostacoli nascono le prime sofferenze, le paure, le delusioni.

Purtroppo le amicizie spesso sono irreali, false, di comodità: quanti di noi hanno centinaia di amici su facebook, ma quanti amici veri tra di essi, uno, due, cinque. Nel momento della sofferenza purtroppo rimaniamo soli a combattere contro il nostro destino.
Gli amici si dovrebbero vedere nel momento del bisogno si dice. A volte non si vedono mai.
Chi si vanta di aver conquistato una moltitudine di amici, non ne hai mai avuto uno.

Ricorderete tutti Marco Pantani, la sua morta porta nuovamente nelle nostre case un problema, che sempre di più caratterizza la società moderna, quello della solitudine. Il silenzio è l'atteggiamento quasi naturale che accompagna ogni morte, ma non sempre questo silenzio porta con sé una riflessione.
La vicenda sportiva e umana del ciclista romagnolo, che  anni fa ci entusiasmava con le sue imprese ciclistiche, è entrata in un modo o nell'altro nelle nostre case ponendoci davanti tutte le contraddizioni di un mondo, quello dello sport, che sempre più copre di ombre le imprese dei suoi campioni. Ci siamo sentiti un po' tutti ciclisti quando, nella calda estate del 1998, Pantani vinceva prima il Giro e poi il Tour; poi ci siamo spaccati quando, un anno dopo, un'analisi del sangue ha gettato un ombra di sospetto sulla vita e sulle imprese sportive di quel ragazzo. C'erano i sostenitori fedelissimi, quelli che non hanno mai creduto alle accuse; e c'erano quelli che, forse delusi, hanno iniziato subito un processo popolare nei confronti del campione.

Ecco, Pantani era un uomo, come ciascuno di noi, un uomo che ad un certo punto della sua storia è caduto in un tunnel fatto di errori, di accuse e di solitudine. Un tunnel dal quale non è riuscito ad uscire, ci ha provato, con le sue pedalate, con l'aiuto dei medici, con il calore di quanti non lo hanno abbandonato, ma non c'è riuscito. Pantani è ciascuno di noi, senza voler fare generalizzazioni, vorrei riflettere sul rischio che ciascuno, nel corso della sua esistenza, corre; il rischio della solitudine. Può capitare di sbagliare, può capitare anche di avere un carattere chiuso, che non si riesce ad aprire agli altri, può capitare di ritrovarsi, un giorno, soli con i nostri pensieri, con i nostri problemi, e può capitare anche di non avere la forza per chiedere aiuto. E allora? Forse la debolezza e la fragilità della nostra umanità può giustificare un percorso lento ma inesorabile verso il declino fisico e mentale che termina con la morte? Pantani è morto da solo in un residence di Rimini il 14 febbraio del 2004. Su Pantani si sono dette molte cose, ha prevalso il pregiudizio. Ma da dove nasce il pregiudizio? Il pregiudizio nasce dall'incapacità di cercare da soli la verità, ma cercarla nella bocca degli altri.

Di uomini che soffrono la solitudine oggi ce ne sono molti, magari lavorano con noi, giocano con noi il sabato pomeriggio, vengono a scuola con noi, e vivono il resto del loro tempo chiusi in un disagio interiore, in un silenzio che è incapace di trasformarsi in condivisione. Bisogna tendere la mano a colui che soffre, aiutare il prossimo, sconfiggere l'egoismo, abbattere certe ideologie.
Ho voluto condividere la mia riflessione davanti a questa morte, nel silenzio saluterò questo ragazzo che prima di essere un grande campione è stato soprattutto un semplice ma vero uomo.

La stragrande maggioranza degli scienziati sociali considera la solitudine un tipico inconveniente delle società contemporanee, una disfunzione da correggere, un morbo da debellare. La solitudine significa isolamento, mancanza di affetti e di sostegno concreto e psicologico, disadattamento, magari insufficiente acquisizione delle abilità sociali. Una condizione inadatta all'uomo, che, come diceva Aristotele, è un "animale sociale".
Ci presentano le loro statistiche in cui correlano la solitudine alla cattiva salute, alla depressione, al suicidio.
A loro modo hanno ragione. Esiste, oggigiorno, una solitudine subita. E' quella dell'anziano abbandonato, che non ha le risorse economiche o psicologiche per farcela da solo, che non ha più progetti, che è d'intralcio al produttivismo familiari. E' quella del giovane che non trova ascolto all'interno della famiglia e che non riesce ad adeguarsi al conformismo del gruppo dei pari, o che deve misurarsi con istituzioni obsolete e con prospettive per il futuro almeno incerte. E' quella della donna, relegata magari in casa in un ruolo che non riconosce come proprio, prigioniera di pregiudizi e di consuetudini ormai estranee al suo modo di sentire.
Può essere quella del lavoratore estromesso precocemente dal mondo produttivo, governato dalle sue ferree leggi, che non trova la solidarietà dei coetanei, che non si sente capito o che magari si colpevolizza ingiustamente.
E' senz'altro quella che riguarda, almeno qualche volta nel corso dell'esistenza ciascuno di noi: ci capita di ritirarci sdegnati e confusi nella solitudine perché a disagio in un mondo che corre velocissimo, incapaci di tener dietro a tutti i cambiamenti, le scadenze, le ideologie, i valori e le norme che si accavallano vorticosamente.

Certo le città moderne, concepite ormai soltanto per incanalare il traffico automobilistico e il convulso stile di vita contemporaneo non facilitano i contatti sociali. Le comunità, dove sperimentare la solidarietà sono, purtroppo, soltanto un'utopia sociologica. Lo sviluppo economico sembra aver selezionato un tipo d'uomo la cui psicologia ruota attorno alla propria ristretta cerchia familiare e al proprio tornaconto. La competitività, che non ammette respiro, non favorisce le occasioni conviviali di incontro, di dialogo, di festa. In una società in cui nessuno è veramente arrivato, non c'è tempo da dedicare all'amicizia e allo stare insieme.
La gente delle grandi città (ovviamente non i turisti!), soprattutto la gente che si incontra in metro e sugli autobus al mattino o la sera, è triste e frustrata, nervosa e incattivita, e basta un nonnulla per farla scattare: contro l'immigrato di turno, contro il pedone distratto, contro il traffico e i conducenti degli autobus.
Mi sembra di dire un gigantesca ovvietà affermando che si corre su e giù come i matti, si sgobba per ore, molto spesso senza nemmeno intravedere un senso in ciò che si fa, per poi perdere di vista ciò che conta davvero, e trovarsi con in mano un pugno di mosche.
La solitudine è, dunque, sì patologia, ma sarebbe un errore considerarla soltanto sotto questo aspetto. Esiste anche il rovescio (in questo caso il dritto!) della medaglia. La solitudine può essere anche una meravigliosa opportunità di sviluppo e di benessere interiori. Un'occasione preziosa da sfruttare. Una condizione cercata anziché subita.

A parte le differenze temperamentali fra gli individui, per cui ci sarà sempre chi desidera una vita piena di contatti e chi un'esistenza più raccolta, difficilmente alcune attività umane potranno svolgersi al meglio e con soddisfazione senza il verificarsi della solitudine.
Non esiste creatività artistica senza concentrazione e isolamento. Lo scrittore, il pittore, il pensatore, il compositore abbisognano nel loro lavoro di grande raccoglimento. Ma forse tutte le attività umane, che impegnano attivamente le nostre facoltà, necessitano di solitudine, fossero pure il giardinaggio o l'alpinismo. Lo studio, la riflessione, l'introspezione, la lettura vengono meglio se ci isoliamo dalla "pazza folla".
L'incapacità di stare almeno qualche ora della giornata da soli, la dipendenza dalla presenza degli altri, può essere, quella sì, la spia di qualche malessere interiore, di qualche inadeguatezza personale.
Sono gli stessi psicologi, che sottolineano come l'acquisizione stessa della maturità psicologica, l'autorealizzazione personale, l'autenticità ci spingano con forza , in più di un'occasione nel corso dell'esistenza, a starcene, almeno per per qualche tempo, da soli.

"La peggior solitudine è essere privi di un'amicizia sincera".  Francis Bacon

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