venerdì 25 novembre 2016

UN'OSSESSIONE CHIAMATA CALCIO

Se dovessi descrivere me stesso, da scrittore amatoriale quale mi sento di essere, inizierei dicendo che Rosario Ligato è una persona metodica, ribelle, bipolare, ma sopratutto ossessionata.
Il viaggio nel suo mondo allucinato è un labirinto di emozioni. Una passione per questo Sport tramandata da un paese natio dove non vi era altro che calcio.
Non sembra avere la credibilità del guru, avvoltolato nelle sue tute da allenamento acetate, nei suoi piumini imbottiti che sembrano risucchiarlo. Però ha la scorza dura delle testuggini, e conosce il senso della rivalsa, come tutti i calabresi, i nati alle periferie della periferia, chi viene dalle campagne, dal mezzo del nulla.

Una narrativa di Rosario Ligato non può prescindere dall’utilizzo di termini che appartengono al campo semantico della bipolarità: eccentrico, ma anche metodico, ribelle, ma disciplinato, schiavo delle sue ossessioni fino alla paranoia. Più che uno dei maggiormente quotati allenatori di calcio giovanile, pare un maestro elementare harleysta, un frequentatore di sagre paesane, di quelli che passano le serate davanti alla giostra del pungiball per dimostrare, non si sa bene a chi, forse a tutti, quanto siano forti, o sottovalutati.

Analizzando la figura di Ligato viene da provare un po’ di compassione per quest’uomo catapultato in una spirale di rincorsa al successo, all’affermazione, che non parte da chissà quale brama di soldi o riconoscimenti, ma che sembra quasi un percorso di espiazione che affonda le radici nelle ferite purulente del rimpianto e del sacrificio.
Un'insoddisfazione di base che ha un principio psicanalitico nella delusione di non essere mai diventato un calciatore professionista, di non aver potuto avere la possibilità di calcare il campo della Reggina in Serie A.
C’è da intendere che una dedizione così completa e totalizzante al calcio possa provocare alcune distorsioni nell’interpretazione della quotidianità.

Trascendendo dalle derive paranoiche, l’approccio al calcio di Rosario Ligato è fortemente forgiato da un taglio educazionale. La sua promessa di gioco devoto allo spirito e al sacrificio, oltre a dei fondamentali valori come coraggio, testa e cuore, ha bisogno di formazione, o meglio di convincimento degli interpreti.
I suoi meccanismi, le sue strategie, si basano su quello che uno sente. E poi sull’assenza di obblighi e pressioni. L’educatore deve sviluppare stimoli: creatività, entusiasmo, allegria. Rosario Ligato non dà ordini: per educare bisogna sedurre.
Gli ordini, quando vengono impartiti, generano discriminazioni: fanno sì che qualcuno possa sentirsi migliore di altri, o peggiore. E la discriminazione genera risentimento, che è il peggior nemico dell’educazione.

Non abbiamo mai capito a fondo qual è l'essenza di questa esasperazione, Ai fini di questo ritratto di Ligato sarebbe anche irrilevante: piuttosto mi sono chiesto cosa sarebbe quel qualcosa di proibito che nella visione di Ligato manda avanti la sua vita. Forse è qualcosa di molto più intimo e meno plateale di quel che vorremmo, più sottile e cerebrale: qualcosa di non troppo inaccettabile, tipo la sua ossessione per il calcio, per il lavoro, per le sue convinzioni. Anche contro chi gli dice che sta sbagliando.
Infondo, Rosario Ligato è uno stile di vita, accettarlo vuol dire entrare in sintonia con il suo modo di pensare che in parte è anche il nostro, dove nella sua educazione sentimentale, il valore della persona viene prima di tutto, anche del calcio.


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